Intervista a Enrico Ciabatti, di “Speziali Reborn”

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Intervista a Enrico Ciabatti, di “Speziali Reborn”

Enrico, tu hai già fatto esperienze di condivisione degli spazi durante due edizioni di Pop Up Lab: quali sensazioni hai ricavato?

Ho avuto la fortuna di partecipare con Speziali Reborn  a due edizioni di Pop Up: la prima, quella del “battesimo” di questo progetto, tenutasi a Castelfranco di Sotto nel marzo del 2014, e poi quella della prima vera sperimentazione regionale, nel mese di Dicembre 2014 a Campi Bisenzio. Sono state due esperienze positive sotto molti punti di vista: sia professionale che umano. In entrambi i casi ho condiviso il mio spazio con altri progetti e credo che la formula della condivisione dello spazio sia uno degli elementi del progetto che fa la differenza. La trovo davvero interessante, sia per attirare maggior numero di “clientela”, sia per una crescita professionale dei conduttori delle diverse attività che convivono nello stesso spazio.

 

Con quale idea progettuale hai partecipato a Pop Up? Come è stata la reazione dei cittadini durante la tua permanenza all’interno del fondo?

Sia a Castelfranco che a Campi Bisenzio ho portato la mia attività e il mio “messaggio”: quello di una riscoperta della cultura e della tradizione degli speziali, dell’uso delle sostanze naturali con cui si possono fare moltissime cose, dai profumi, agli altri prodotti per la cosmesi, fino a quelli che esaltano le proprietà curative delle sostanze naturali. Si tratta di un messaggio che sta tornando in auge, in questi anni: forse è anche per questo che ho trovato in entrambe le esperienze grande curiosità e attenzione da parte dei visitatori. Una curiosità non solo commerciale, appunto, ma finalizzata sopratutto ad apprendere, anzi riscoprire un patrimonio di saperi, che per molti secoli ha avuto un ruolo importante nella cultura scientifica e popolare delle nostre comunità.

 

Quanto è importante per chi ha una nuova attività la questione dell’accesso agli spazi, magari in condivisione e per periodi di tempo limitati?

Le nostre città (e i centri storici ancora di più) sono pieni di spazi sfitti o sottoutilizzati, eppure chi ha un progetto e vuole sperimentarlo fa fatica a trovarne uno che sia alla sua portata (sopratutto economica). Trovare soluzioni più flessibili, a partire da progetti come Pop Up o da altre iniziative di condivisione degli spazi ed uso temporaneo può diventare strategico per l’avvio di molte attività che oggi rimangono solo nella testa dei loro ideatori, o al massimo si limitano alla dimensione virtuale del commercio online, che è sì importante, ma che non ha le stesse ricadute in termini di socialità che può avere un’attività all’interno di uno spazio fisicamente reale e inserito nella città.

 

Cosa servirebbe secondo te per far sì che queste esperienze possano diventare pratiche diffuse e sperimentabili su tutto il territorio? Quali sono gli elementi centrali su cui puntare e quali invece gli ostacoli/difficoltà da superare per fare in modo che queste pratiche siano incentivate?

La prima cosa per non scoraggiare chiunque abbia un’idea è quella di semplificare le procedure burocratiche. A New York si apre un’attività commerciale in una mattina e si trovano proprietari di fondi sfitti disposti ad affittare per periodi di tempo limitatissimi. In Italia siamo indietro anni luce, sia dal punto di vista della mentalità dei proprietari che dell’apparato normativo: come si può pretendere che chi vuol aprire un’attività temporanea debba assolvere gli stessi obblighi e procedure burocratiche di chi vuol insediarsi con una attività permanente? Di fronte a questo paradosso, la maggior parte delle persone desiste. Invece credo che il concetto di temporaneità e quello di condivisione possano essere un modo innovativo per reinterpretare il commercio e rivitalizzare le nostre città, senza necessariamente scadere sul piano della qualità dell’offerta commerciale. In questo senso la collaborazione tra istituzioni, associazioni di categoria e privati è importantissima.